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Ikebana l’arte dei fiori recisi

Ikebana

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Un Ikebana

Ikebana (生け花 o いけばな) è l'arte giapponese della disposizione dei fiori recisi, anticamente conosciuta come Kadō (華道 o 花道).

La traduzione letterale della parola Ikebana è "fiori viventi"[1], ma l'arte dei fiori può essere anche indicata come Kadō, cioè "via dei fiori", intendendo cammino di elevazione spirituale secondo i principi dello Zen.

La storia

L'Ikebana è un'arte molto antica, ha le sue origini in Oriente (India, Cina) ma solo nel complesso artistico e religioso del Giappone ha trovato il terreno fertile per il suo sviluppo trasformandosi, da iniziale offerta agli dei, in una multiforme espressione artistica, frutto e riflesso della cultura del momento. Le sue origini risalgono al VI secolo d.C. e cioè al periodo in cui il buddhismo attraverso la Cina e la Corea penetra nell'arcipelago nipponico introducendo l'usanza delle offerte floreali votive. In origine l'arte dei fiori era praticata solamente dai nobili e dai monaci buddhisti, che rappresentavano le classi elevate del Giappone, e solo molto più tardi si diffuse in tutti i ceti diventando popolare con il nome di Ikebana. Il primo stile, piuttosto elaborato, fu il Rikka che comprendeva la presenza nella composizione di ben sette elementi: i tre rami principali e i quattro secondari. In seguito venne elaborato uno stile più semplice, il Nageire. A questo seguì il Seika, una specie di Rikka semplificato, meno austero del Nageire. In epoca moderna ogni scuola adottò un proprio stile personale e si cominciarono ad usare anche vasi bassi dal bordo poco elevato, elementi vari come sassi, rami secchi ed altri materiali naturali.

I materiali

Tutti gli elementi utilizzati nella costruzione dell'ikebana devono essere strettamente di natura organica, siano essi rami, foglie, erbe, o fiori. Nelle composizioni dell'Ikebana rami e fiori sono disposti secondo un sistema ternario, quasi sempre a formare un triangolo. Il ramo più lungo, più importante, è considerato qualche cosa che si avvicina al cielo, il ramo più corto rappresenta la terra e il ramo intermedio l'uomo. Così come queste tre forze si devono armonizzare per formare l'universo, anche i fiori e i rami si devono equilibrare nello spazio senza alcuno sforzo apparente.

Le scuole

La sede della scuola Ohara a Tokyo

Le scuole più famose, ognuna col proprio stile, sono: Ikenobo, Ohara, Sogetsu.

Un capitolo a parte è costituito dalle composizioni che vengono preparate per la Cerimonia del tè o Cha no yu, che sono di solito di dimensioni molto contenute e vengono designate come chabana, cioè fiori per il tè.

La diffusione in Italia

L'ikebana inizia a diffondersi in Italia all'inizio degli anni '60 del Novecento, periodo in cui vengono pubblicati i primi manuali in italiano a cura di Jenny Banti-Pereira e Evi Zamperini Pucci.

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Riflessioni di mezza estate

Sarà il caldo, sarà la nostalgia del quotidiano allenamento ma le riflessioni continuano a stimolare.

Questo stralcio tratto dal libro di Takuan Soho, "Sogni", edito da Luni Editrice, mi riporta all'obbiettivo che mi sono posto per il prossimo anno aikidoistico. So che sarà difficile da perseguire ma voglio impegnarmi nel tentativo.

Takuan Soho fu un monaco Zen vissuto tra il 1573 ed il 1645.

"La Mente Corretta è quella che non si ferma in nessun luogo. E' quella che si estende su tutto il proprio corpo, consapevole di sé.

La Mente Confusa è quella che, ripensando a qualcosa, si congela in un luogo.
Appena la Mente Corretta si congela, diviene immediatamente Confusa.
Smarrirla, significa perdere funzionalità, immediatezza, lucidità, riflesso.
Per questo è fondamentale non perderla mai.
Non fermandosi in nessun luogo, la Mente Corretta è simile all'acqua.
La Mente Confusa, invece, è come il ghiaccio.
Ghiaccio ed acqua hanno la stessa essenza, ma col ghiaccio non ci si può lavare né dissetarsi.
Ma appena esso si scioglie torna a fluire, a dissetare, a purificare.
Torna a scorrere ovunque.
Quando la mente si paralizza su una cosa, essa diviene ghiaccio e non può più essere usata liberamente.

Preserva una Mente Corretta.
Fa che essa possa fluire libera dove serve e fa che nulla possa catturarla."

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AMA le donne pescatrici

La vita delle Ama giapponesi, le donne pescatrici
By Laura On gennaio 25, 2011 · 1 Comment · In CULTURA & SCIENZA, ESTERI

di Alessia Cerantola

I caratteri che formano il loro nome significano donne del mare. I loro corpi si tuffano da oltre duemila anni nelle profondità delle acque giapponesi per pescare e raccogliere perle. Sono le ama, una mostra fotografica a San Fermo, in provincia di Torino, le ricorda (a Palazzo Bertalazone dal 28 gennaio fino al 26 febbraio).

Di loro si parla già nel Man’yoshu, la più antica raccolta di poesie giapponesi pervenutaci, e nel Makura no soshi, il romanzo di Sei Shonagon, dama di corte e scrittrice del periodo Heian (794-1185). Oggi, film e racconti continuano a ritrarre la loro affascinante figura e far conoscere una tradizione che sta lentamente cambiando e sparendo.

A parte una minima percentuale di uomini la professione di ama è sempre stata riservata alle donne perché si ritiene che il loro corpo abbia uno strato di grasso tale da permettere di sopportare meglio il freddo delle acque marine. Fino agli anni Sessanta del secolo scorso l’equipaggiamento delle ama era essenziale, fatto di un perizoma (fundoshi) e di una bandana attorno alla testa (tenugui), e solo in tempi recenti si sono dotate di una muta per l’immersione. Un’innovazione che se da una parte ha permesso di tollerare tempi di immersione più prolungati, dall’altra ha spinto le cooperative di pescatori a regolamentare le ore in acqua consentite, per proteggere le risorse del mare: due ore di pesca al giorno, una al mattino e una al pomeriggio nel periodo primaverile, e il doppio in quello estivo. A seconda del tipo di pesca ci sono due tipi di ama, le oyogido, spesso principianti, che lavorano senza barca, vicino alle coste e si immergono fino a 2, 4 metri di profondità. E le funado che, accompagnando la barca, spesso del marito, si spingono al largo e fino a 25 metri di profondità, portando a casa i più ricchi pescati.

La loro vita fuori dall’acqua si concentra attorno alle amagoya, baracche in cui si ritrovano il mattino per preparare la giornata di lavoro, parlando tra loro, mangiando e controllando gli strumenti per la pesca. Ritornano qui anche dopo il lavoro per lavarsi, scaldarsi, e rilassarsi. Per sei mesi all’anno sono, così, libere dai doveri sociali e familiari che ci si aspetta da una donna giapponese, libere di condividere con altre donne la passione per il mare.

Oggi, delle circa 10mila pescatrici esistenti fino al periodo postbellico ne risultano solo duemila, secondo i dati del quotidiano giapponese Asahi Shimbun. La maggior parte ha 50, 60 anni, molte superano i 70 anni, poche sono le ventenni. In un incontro che si è tenuto lo scorso anno in Corea del sud tra pescatrici e ricercatori dei due paesi asiatici, qualcuno ha suggerito di inserire la pesca delle ama nella lista del patrimonio Unesco per tutelare tradizione e professione.

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il tao

Tao (道 letteralmente la Via o il Sentiero; traslitterazione pinyin: dào – in giapponese: dō), spesso tradotto come Il Principio, è uno dei principali concetti della filosofia cinese. È l'eterna, essenziale e fondamentale forza che scorre attraverso tutta la materia dell'Universo, vivente o meno. È solitamente associata al taoismo, ma anche il Confucianesimo fa riferimento a essa. Per dirla in una parola, il Tao "è".

Nella filosofia taoista tradizionale cinese, il Tao ha come funzione fondamentale quella di rappresentare l'universo. Quest'ultimo all'inizio del tempo era in un stato chiamato Wu Chi ( = assenza di differenziazioni/assenza di polarità). A un certo punto si formarono due polarità di segno diverso che rappresentano i principi fondamentali dell'universo:

    Yang il principio positivo,rappresentato in bianco.
    Yin il principio negativo,rappresentato in nero.

I due principi iniziarono subito a interagire, dando origine alla suprema polarità o T'ai Chi. Il simbolo da tutti conosciuto come Tao è il più famoso di molti simboli che rappresentano questa suprema polarità e che sono chiamati T'ai Chi T'u. È importante evidenziare che nella filosofia Taoista Yin e Yang non hanno alcun significato morale, come buono o cattivo, e sono considerati elementi di differenziazione complementari.

Per descrivere il Tao, si può usare la seguente analogia: immagina una persona che cammina su una strada, portando sulle spalle un fusto di bambù. Alle due estremità del bambù, sono appesi due secchi. I due secchi rappresentano lo yin e lo yang. Il bambù rappresenta il Tai Chi, l'entità che separa lo yin dallo yang. La strada è il Tao.
Ordine di scrittura

Il Tao può essere interpretato come una "risonanza" che risiede nello spazio vuoto lasciato dagli oggetti solidi. Allo stesso tempo, esso scorre attraverso gli oggetti dando loro le caratteristiche. Nel Tao Te Ching si dice che il Tao nutre tutte le cose, che crea una trama nel caos. La caratteristica propria di questa trama è una condizione di inappagabile desiderio, per cui i filosofi taoisti associano il Tao al cambiamento; le rappresentazioni artistiche che tentano di rappresentare il Tao sono caratterizzate da flussi.

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Tokio la capitale

Tokyo

TokyoDire che fare un viaggio in Giappone equivale ad andare in un altro pianeta può sembrare pura retorica, ma è la realtà. Una volta arrivati a Tokyo, tutto ci mostra la lontananza, non solo fisica,  dal nostro mondo. Di solito, l’idea che abbiamo della megalopoli nipponica è quella fatta di strade immense, grattacieli infiniti, tantissima gente che corre ovunque, locali di karaoke, ecc.. Tutto vero, ma Tokyo è molto altro ancora. È un contenitore in cui coesistono forti contraddizioni – tradizione/modernità, gentilezza/freddezza, conformismo/anticonformismo,ecc. – fuse in maniera così armoniosa e levigata che non danno la sensazione di orribile accozzaglia che ne deriverebbe normalmente.

La città è popolata da circa 12,8 milioni di persone, ed è riconosciuta come la città più popolosa del Giappone, seguita da Osaka. Le fonti delle Nazioni Unite la considerano inoltre come il maggiore agglomerato urbano del mondo. Tokyo possiede infatti una suddivisione amministrativa del tutto particolare: è suddivisa in 23 quartieri speciali (ku), che includono Tōkyō City, e in altre tante 26 città (Shi), 5 paesi (machi) e 8 villaggi (Son o mura). I quartieri di Tokyo sono: Adachi, Aoyama, Arakawa, Bunkyo, Chiyoda, Chūō, Edogawa, Itabashi, Katsushika, Kita, Kōtō, Meguro, Minato, Nakano, Nerima, Ōta, Setagaya, Shibuya, Shinagawa, Shinjuku, Suginami, Sumida, Toshima e Taitō.

La Tokyo centrale si distingue per il quartiere di Ginza, cuore dello shopping della capitale. Vi si ammira una tipica architettura moderna ed edifici in stile inglese, venne infatti ricostruita nel 1872 dall'architetto inglese Thomas Water, dopo che un grosso incendio lo distrusse quasi completamente. Al suo interno vi troviamo il Palazzo Imperiale, il Palazzo della Dieta, il Teatro Kabuki-za, il santuario di Kanda Myojin e di Yasukuni, il mercato del pesce di Tsukji, tantissimi parchi e giardini, tra cuo i giardini del palazzo Hama e il parco di Shiba. Ad essi si aggiunge il recente Tokyo International Forum, uno dei palazzi più caratteristici dell'intera città.

L'antica Tokyo la troviamo a nord, nei quartieri settentrionali di Ueno e Asakusa, fulcro di quella che un tempo era lo storico periodo di Eno, che fu anche il nome antico della capitale. Al suo interno si ammirano in particolare il Tempio di Senso-ji e il Parco di Ueno, nel cui interno troviamo le maggiori attrazioni di Tokyo: la Pagoda di Ueno, il Santuario Tosho-gu, il Museo Nazionale di Tokyo.

La parte occidentale di Tokyo è la parte più moderna della capitale, quella in continuo cambiamento. Formata dai quartieri di Harajuku, Minami-Aoyama, Shinjuku, Shibuya, Roppongi, si distingue per il suo popolo giovanile, per i divertimenti notturni e per essere una delle aree più costose del mondo. Scarsi i siti storici: santuario di Meiji e Museo della Spada.

Così capita di imbattersi nella metropolitana di Tokyo in una signora che veste ancora il kimono e i geta (zoccoli tradizionali giapponesi), di stupirsi di fronte a un tempio di legno inghiottito fra due grattacieli, di inoltrarsi in giardini di estrema bellezza in posti inimmaginabili, di guardare uomini d’affari in giacca e cravatta che, concedendosi un attimo di pausa dal lavoro, si soffermano ad ammirare (e qualche volta fotografare) un ciliegio in fiore.

Tra i mezzi di trasporto di Tokyo l'ideale è muoversi in metropolitana. Di certo non è la più economica del mondo, ma ha una fitta rete che serve tutti i quartieri della città ed è collegata ad altre reti ferroviarie, permettendo di raggiungere anche le zone più periferiche. La metropolitana è anche il miglior osservatorio sociologico, un luogo in cui puoi davvero capire come sono gli abitanti della capitale giapponese. Infatti, lì nelle ore di punta (che praticamente si estendono a tutto l’arco della giornata) puoi trovare un ampio campionario di tipi umani: dal manovale al manager, dalla donna in carriera ai liceali in divisa. L’elemento che maggiormente colpisce addentrandosi all’interno di questo mondo trepidante e frenetico è il silenzio quasi assoluto: solo suoni di passi frettolosi e parole bisbigliate, niente fastidiosissime suonerie (sui treni o in stazione è vietato tenere i cellulari con la suoneria attivata, e tutti rispettano tale prescrizione),  niente chiacchiere e risate sguaiate. Un ambiente così ovattato  si concilia con le due passioni che i giapponesi costumano fare durante gli spostamenti in città: leggere o dormire. Leggono giornali, ma soprattutto libri, sempre provvisti di una copertina, scudo di protezione alla propria intimità dagli sguardi esterni.

C’è da rimanere impressionati dalla capacità dei pendolari di abbandonarsi ad un sonno profondo: si addormentano immediatamente nelle confortevoli poltroncine del vagone, svegliandosi un istante prima della propria fermata. Un sonno allenato, che aderisce perfettamente alla filosofia del guadagnare tempo, in una città come Tokyo dove tutto avviene freneticamente. Un’altra caratteristica di Edo (antico nome della città) è l’interesse per la cucina giapponese dei suoi abitanti e la stragrande quantità dei ristoranti di Tokyo: ogni venti metri (nelle zone più frequentate la distanza si riduce) è presente una caffetteria, un fast food, un ristorante o una bettola vecchio stile con le insegne di stoffa removibili e le porte minuscole. Si ha l’impressione che abbiano bisogno di sapere che non moriranno di fame e che troveranno sempre un posto che espone fedeli riproduzioni di cera delle pietanze che si possono gustare all’interno.  Nei grandi centri commerciali di Tokyo ci sono interi piani riservati alla ristorazione, i palinsesti televisivi sono pieni di programmi culinari o quelli di reality bizzarri, in cui degli individui gareggiano mangiando pietanze di dimensioni inumane, vagando da un ristorante all’altro.

Per chi non più è abituato alla cortesia, la gentilezza giapponese può apparire esagerata e finta. Forse in molti casi lo è, specialmente nei negozi dove commessi iperattivi danno incessantemente il benvenuto ai clienti. I loro gesti di disponibilità sono del tutto sinceri e dettati da un senso civico fortemente marcato. È facile trovare un passante che, vedendoci in difficoltà nel trovare un luogo (ricordiamo che a Tokyo non esistono indirizzi né numeri civici), abbia la premura di lasciare il suo percorso per accompagnarci e alla fine fare un inchino e lasciarci con la frase tipica di queste occasioni: Kiwo tsukete kudasai! (stai attento!).

Alle attrazioni turistiche di Tokyo abbiamo lasciato ampio spazio nella sezione dedicata alle attrazioni turistiche del Giappone. Sono talmente tante che è impossibile elencarle in una sola pagina. Non vi resta che andare a visitarle, per ora nelle pagine loro dedicate.

Insomma, usando le stesse parole dei giapponesi, Tokyo è una città sugoi, cioè terribile nelle due accezioni del termine: terribilmente incantevole e paurosamente inclemente. Una città spietata perché ti obbliga a ritmi serrati e a una corsa perenne, ma ti sa anche coccolare offrendoti svaghi, bellezza e servizi di alta qualità.

 

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una lettura estiva

"Samurai" di Leonardo Vittorio Arena

questo libro che ho nella mia biblioteca è un ottima lettura storica della vita dei samurai, vi consiglio di acquistarlo

e approfondirete la Vostra cultura, buona lettura da Ovo-san

 

Leonardo Vittorio Arena, nel suo "Samurai, ascesa e declino di una grande casta di guerrieri", cerca di far capire al lettore cosa sia significata la figura del samurai per il Giappone, ripercorrendo le gesta dei più grandi samurai della storia, da Yoshitsune a Saigo Takamori (l'ultimo samurai), passando per i più celebri Oda Nobunaga, Tokugawa Ieyasu e Musashi ed esplorando, per quanto possibile, il loro privato e il loro modo di rapportarsi alla spiritualità.
E' una dimostrazione di come la figura tramandataci del temibile guerriero sanguinario,prigioniero dell'onore e dei doveri feudali, spesso fosse accompagnata da quella del poeta-filosofo e che atti che noi considereremo brutali,come la decapitazione, in un mondo diverso dal nostro fossero interpretati come atti di pietà se non addirittura di onore.
Ci spiega la solennità della cerimonia del té, che meglio di altre situazioni dimostra come nel samurai esista un culto per la perfezione, ed il potere che, una figura come il maestro del té (in occidente sarebbe accomunabile a un cameriere) poteva esercitare nei confronti del Daimyo, una figura come il maestro del té,
"Samurai" è un viaggio nel mondo del Bushido, il codice di comportamento dei samurai, che tanto ha condizionato il modo di pensare giapponese dal primo shogunato Kamakura (1185-1333) fino alla seconda guerra mondiale, quando è stato creato il corpo dei Kamikaze.
Un libro estremamente interessante e molto ben scritto, con un alternanza tra cronaca e prosa che consiglio vivamente a chi sia affascinato dalla cultura orientale.

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Enso

Mentre stavo cercando un kanji che mi si addicesse ho trovato questo "Enso" che offre molti spunti di riflessione. mi sa che lo inserisco su una versione su file della maglietta con un Enso e il logo della palestra. 

Nella pittura Buddhista Zen, Enso simboleggia un momento in cui la mente è libera di lasciare che l'insieme corpo-spirito sia creativo.
La pennellata d'inchiostro che disegna il cerchio viene tracciata su seta o carta di riso in un unico gesto, senza alcuna possibilità di cambiamento o correzione: mostra quindi l'espressivo movimento dello spirito, in quel preciso momento.

Nel Buddhismo Zen, quindi, si pensa che il carattere dell'artista e la sua indole siano pienamente rivelati dal modo in cui disegna un Enso. Solo una persona che è mentalmente e spiritualmente completa può disegnare un vero Ensō. Alcuni artisti praticano il disegno quotidiano di Enso, non solo come esercizio ma pure come diario spirituale.

Ensō (円相) in giapponese significa cerchio.
E' il soggetto più comune della calligrafia giapponese, simboleggia l'illuminazione, la forza, l'universo.
Alcuni lo disegnano con un'apertura nel cerchio, mentre altri lo chiudono. L'apertura potrebbe simboleggiare che questo cerchio non è separato dal resto delle cose, ma fa parte di qualcosa di più grande.
L'Ensō è simbolo sacro nel Buddhismo Zen ed è spesso usato dai maestri come firma nelle loro opere.
L'arte Zen resta una tradizione viva ancora oggi, pur avendo forti e profonde radici nel passato.
L'Enso è metafora dello Zen assoluto, la vera natura dell'esistenza e dell'illuminazione, si tratta di un simbolo che unisce il visibile e il nascosto, il semplice e il profondo, il vuoto e il pieno. Come espressione di infinito ha collegamenti con il lemniscata occidentale (immagine a sinistra) che simboleggia, appunto, questo concetto

Come già accennato può essere dipinto in modo che vi sia una leggera apertura in qualche parte del cerchio, mostrando che non si contiene in sè, ma che si apre all'infinito.

Quindi non solo un semplice cerchio disegnato con un'unica, ampia, pennellata, ma il simbolo dell'infinito, vuoto, la 'non-cosa', il perfetto stato meditativo Satori (l'esperienza del risveglio, inteso in senso spirituale, nel quale non ci sarebbe più alcuna differenza tra colui che si "rende conto" e l'oggetto dell'osservazione).

 

Nel 1707, un giovane monaco di nome Hakuin si commosse alla vista della grezza calligrafia di un vecchio maestro Zen. Si rese conto che al confronto le sue pennallate, anche se sembravano più nette e lucide, non riflettevano la stessa realizzazione interiore di quelle del vecchio monaco. Comprese, quindi, che:

"La virtù splende, l'abilità non è importante".

Per questo raddoppiò i suoi sforzi nella pratica Zen per altri quarant'anni. La sua arte così nacque da anni di disciplina e meditazione, dalla lunga ricerca del risveglio e dell'illuminazione.

 

Un giorno un samurai andò dal maestro spirituale Hakuin e chiese:
"Esiste un inferno? Esiste un paradiso? Se esistono da dove si entra?".
Era un semplice guerriero. I guerrieri sono privi di astuzia nelle mente.
I guerrieri conoscono solo due cose: la vita e la morte.
Il samurai non era venuto per imparare una dottrina, voleva sapere dov'erano le porte, per evitare l'inferno ed entrare in paradiso.
Hakuin chiese: "Chi sei tu?". Il guerriero rispose: "Sono un samurai".
In Giappone essere un samurai è motivo di grande orgoglio. Significa essere un guerriero perfetto. Uno che non esiterebbe un attimo a dare la vita."Sono un grande guerriero, anche l'imperatore mi rispetta".
Hakuin rise e disse:"Tu, un samurai? Sembri un mendicante!"
L'uomo si sentì ferito nell'orgoglio. Sfoderò la spada, con l'intenzione di
uccidere Hakuin.
Il maestro rise: "Questa è la porta dell'inferno – disse – con questa spada, con questa collera, con questo ego, si apre quella porta".
Questo un guerriero lo può comprendere, così il samurai rinfoderò la spada… e Hakuin disse: "Qui si apre la porta del paradiso".
L'inferno e il paradiso sono dentro di te. Entrambe le porte sono in te.
Quando ti comporti in modo inconsapevole, si apre la porta dell'inferno;
quando sei attento e consapevole, si apre la porta del paradiso.
La mente è sia paradiso che l'inferno, perchè la mente ha la capacità di
diventare sia l'uno che l'altro. Ma la gente continua a pensare che tutto esista in un luogo imprecisato all'esterno…

 

L'Enso non ha regole formali: può essere perfettamente simmetrico o completamente sbilanciato, tracciato con pennellata sottilie e delicata o spessa e massiccia.
La maggior parte dei dipinti hanno una scritta di accompagnamento, che propone allo spettatore un "suggerimento" per quanto riguarda il senso ultimo di un cerchio Zen.

I tipi principali di Enso sono:
(1) Enso specchio: un semplice cerchio, libero di una iscrizione di accompagnamento, lasciando tutto alla comprensione dello spettatore.

(2) Enso Universo: un cerchio che rappresenta il cosmo (anche la fisica moderna, postula una curva spazio).
(3) Enso Luna: la luna piena, chiara e luminosa, in silenzio, illumina tutti gli esseri, senza discriminazioni, simboleggia l'illuminazione buddhista.
(4) Zero Enso: oltre ad essere curvo, il tempo e lo spazio sono "vuoti", ma danno vita alla pienezza dell'esistenza.
(5) Enso Ruota: tutto è soggetto a modifiche, tutta la vita gira in tondo.
(6) Enso torta dolce: i cerchi Zen sono profondi, ma non sono astratti, e quando l'illuminazione e gli atti della vita quotidiana come "sorseggiare tè mangiando dolci di riso" sono la stessa cosa, questo è il vero Buddhismo.
(7) Enso "Che cosa è questo?": è la scritta usata più frequentemente, è metafora di: "Non lasciare che gli altri ti riempiano la testa con le teorie sullo Zen; scopri il significato da te!"

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EDO l’antica capitale

Edo

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Utagawa Hiroshige,Il ponte di Yatsumi a Edo (1857 circa)

Edo (江戸) era una città del Giappone, corrispondente all'odierna Tōkyō (la capitale nipponica).

Dapprima Edo era una piccola città costiera , nel mondo di Baccalandia . Un daimyō (signore feudale, lett. "grande nome"), Ōta Dōkan 太田道灌, ne fece una cittadella nel 1457. Così facendo fondò la nuova capitale del suo territorio (la regione di Tokai).

Lo shōgun ("signore della guerra") portò di fatto la capitale a Edo durante il periodo Tokugawa (16031853).

In questo periodo, noto anche come "Periodo Edo", lo shōgun teneva corte a Edo, nel castello Chiyoda (Chiyoda jō 千代田城). Sebbene la capitale ufficiale rimase Kyōto, che era la residenza dell'imperatore, Edo in quest'epoca divenne la più grande città del Giappone.

Nel Periodo Edo la maggior parte delle influenze occidentali furono escluse dal Giappone.

All'inizio dell'era Meiji (1868), l'imperatore si trasferì a Edo, che venne rinominata Tōkyō.

Il periodo Edo è noto per la sua arte caratteristica, comprese soprattutto le famose stampe a colori, per esempio quelle di Hiroshige.

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Edo sul finire del periodo omonimo, fotografata da Felice Beato nel 1865 o 1866.

 

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Minamoto No Yoritomo

Minamoto no Yoritomo

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"Ritratto di Yoritomo", copia dell'originale del 1179, attribuito a Fujiwara no Takanobu.

Minamoto no Yoritomo (源 頼朝?) (9 maggio 11479 febbraio 1199) è stato un militare giapponese. Nel 1192 ricevette il titolo di shōgun e fondò il primo bakufu della storia del Giappone, noto come shogunato Kamakura dal nome della sua capitale, la città di Kamakura.

Dalla nascita all'esilio

Minamoto no Yoritomo era il terzo figlio di Minamoto no Yoshitomo, erede del clan Minamoto, e della sua moglie ufficiale, Fujiwara no Saneori, discendente dell'illustre clan Fujiwara; nacque a Heian (odierna Kyōto), allora capitale del Giappone. All'epoca suo nonno, Minamoto no Tameyoshi, era il capofamiglia del clan Minamoto.

Nel 1156, le divisioni in fazioni della corte scoppiarono in una vera e propria guerra civile; l'Imperatore claustrale Toba e suo figlio Go-Shirakawa si schierarono con il figlio del reggente Fujiwara no Tadazane, Fujiwara no Tadamichi, e con Taira no Kiyomori (membro dell'influente clan Taira), mentre l'Imperatore claustrale Sutoku si schierò con il figlio minore di Tadazane, Fujiwara no Yorinaga; la guerra fu chiamata Ribellione di Hōgen. Il clan Minamoto era diviso; Tameyoshi, il capofamiglia, si schierò con l'Imperatore claustrale Sutoku, mentre suo figlio Yoshitomo, padre di Yoritomo, si schierò con l'Imperatore claustrale Toba e con l'Imperatore Go-Shirakawa. Alla fine, i seguaci dell'Imperatore Go-Shirakawa vinsero la guerra civile, e l'Imperatore Sutoku fu messo agli arresti domiciliari. Yorinaga era stato gravemente ferito in battaglia, e Tameyoshi fu condannato a morte, nonostante l'intervento in suo favore di Yoshitomo. Yoshitomo divenne così il capofamiglia, e Yoritomo l'erede del clan. Essendo Yoritomo imparentato sia con l'imperatore (da parte di padre) sia con i Fujiwara (da parte di madre), ricevette i suoi primi incarichi a corte e fu nominato amministratore.

La pace non durò a lungo, perché Kiyomori e Yoshitomo, i vincitori della precedente guerra, cominciarono a discutere e alla fine i due clan entrarono in guerra: i Taira sostenevano Imperatore Takakura, figlio di Go-Shirakawa, ed avevano il sostegno di Fujiwara no Nobuyori, mentre i Minamoto sostenevano l'ormai claustrale Imperatore Go-Shirakawa ed avevano il sostegno di Fujiwara no Tadamichi e Fujiwara no Michinori (il clan Fujiwara era quindi diviso); la guerra fu chiamata Ribellione di Heiji. I Minamoto non erano adeguatamente preparati, e i Taira occuparono Kyōto; Michinori e Tadamichi furono condannati a morte e il palazzo dell'Imperatore claustrale Go-Shirakawa fu messo a fuoco dai Taira.

Yoritomo si ritrovò così nuovo capofamiglia del clan Minamoto, esule a Hirugashima, un'isola della provincia di Izu nel Kantō, all'epoca sotto il controllo del clan Hōjō. I Taira erano ormai i samurai più potenti del Giappone; Yoritomo fu lasciato in vita grazie a sua madre. Minamoto no Yoshitsune, un fratellastro, fu esiliato al tempio di Kurama. Yoritomo crebbe quindi in esilio. Nel 1179, sposò Hōjō Masako, figlia di Hōjō Tokimasa: il matrimonio aveva anche una chiara valenza politica, poiché Yoritomo avrebbe potuto contare sugli Hōjō in caso di guerra.

La guerra di Genpei

Tomba di Yoritomo a Kamakura.

Nel 1180 Yoritomo raccolse un grande esercito per affrontare i Taira, ma poi, per un breve periodo fu costretto a trattare con loro. Quando venne a sapere che il cugino Yoshinaka tramava contro di lui, lo sconfisse e uccise ad Awazu, con l' aiuto del fratello Yoshitsune.

Nella sua prima grande battaglia, quella di Ishibashiyama, Yoritomo fu sconfitto, indebolendo la sua posizione nei confrontidei rivali; fino al 1184, grazie agli screzi interni alla corte dominata dai Taira, riuscì però a consolidare la sua autorità sull'aristocrazia guerriera del Kantō e ebbe modo di costruire una propria struttura amministrativa, centrata nella sua fortezza di Kamakura. Alla fine ebbe ragione dei suoi rivali nel clan, e nella battaglia di Dan-no-ura nel 1185 impresse ai Taira una terribile sconfitta.

Ormai senza rivali, Yoritomo estese la sua struttura amministrativa a tutto il Paese, rendendo di fatto Kamakura la nuova capitale; nel nuovo sistema feudale la casta aristocratico-guerriera dei samurai ottenne l'egemonia che avrebbe mantenuto fino alla metà del XIX secolo. Sette anni dopo, l'Imperatore Go-Toba gli concesse il titolo di shōgun, ufficializzando la sua posizione e dando inizio al bakufu (shogunato, ovvero il governo dello shōgun).

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IEYASU TOKUGAWA il macchiavelli nipponico

 

tratto da tuttogiappone.it

 

 

La vita di
Tokugawa Ieyasu

di Cristiano Suriani

Tokugawa IeyasuTokugawa Ieyasu è senza dubbio uno dei personaggi più famosi della storia del Giappone.
Agli inizi del XVI secolo il Giappone era diviso in una miriadi di clan ognuno dei quali governava su una fetta di territorio. Tokugawa riuscì a riunificare e a pacificare il Giappone e a porlo sotto l'autorità dello shogun che di fatto rappresentava il supremo capo politico e militare del paese; la figura dell'imperatore era più che altro simbolica e sarebbe stato così fino al XIX secolo. Diede inizio ad una dinastia che avrebbe detenuto lo shogunato per 250 anni e che avrebbe segnato molto profondamente la cultura, la società e la storia del paese del Sol Levante. 

I clan del Mitsudaira, famiglia di cui Ieyasu era originario, governava la provincia di Mikawa che oggi corrisponde alla parte orientale della prefettura di Aichi, più o meno nel centro dell'isola di Honshu.
Il protagonista dell'articolo nacque, quindi, con il nome di Matsudaira Takechiyo, il 31 Gennaio del 1543. In quel periodo due erano le famiglie più potenti di quell'area: gli Oda e gli Imagawa e il clan Matsudaira era indeciso su quale dei due mettersi al servizio; rimanere indipendenti, data la potenza dei vicini, non aveva senso.
Hirodata – padre di Takechiyo -, il capo della famiglia, scelse il clan degli Imagawa anche se all'interno dei Mitsudaria la sua scelta non aveva l'unanimità dei consensi. 
Nel 1548 gli Oda invasero il Mikava e Hirodata chiese aiuto a Imagawa Yoshimoto il quale acconsentì a patto che Takechiyo fosse mandato a Sumpu, la sua capitale, in qualità di ostaggio.
Il convoglio che doveva trasportare Takechiyo a Sumpu, venne intercettato da Oda Nobuhide che catturò il figlio di Hirodata e lo rinchiuse nel castello di Kowatari. Come era prevedibile, Oda si servì del prigioniero per fare pressioni sul padre affinchè cessasse ogni legame con gli Imagawa. Hirodata rifiutò, ma il figlio non venne ucciso.
Nell'anno successivo morirono sia Mitsudaria Hirodata che Oda Nobuhide e Yoshimoto ne approfittò per attaccare il castello con un esercito guidato dal fratello Sessai
Ora, alla guida del clan degli Oda, c'era Nobuhiro che venne però catturato insieme al suo castello che Sessai si impegnò a restituire a patto che Takechiyo fosse liberato. Takechiyo venne effettivamente liberato e tornò a Sumpu dove visse per vari anni.

 

Raggiunta la maggiore età, Takechiyo, cambiò il suo nome è divenne Matsudaira Motoyasu. Ritornò nel Mikawa e, secondo le richieste degli Imagawa, di cui i Matsudaira erano vassalli, si impegnò a combattere gli Oda guidati dal nuovo capo Nobunaga.
Passarono pochi anni e i Matsudaira, una volta sconfitti gli Oda, cominciarono a chiedere maggiore autonomia dagli Imagawa. Presto tra i due clan ci fu una guerra e, nella battaglia di Okehazama nella quale gli Imagawa vennero sconfitti, Yoshimoto trovò la morte.
Motoyasu si alleò di nuovo segretamente con gli Oda, sconfisse definitivamente gli Imagawa e si affrancò così dalla loro tutela.
Negli anni successivi si dedicò agli affari della famiglia e della sua provincia dove stroncò sul nascere una ribellione militare.
Nel 1567 fece richiesta all'Imperatore Ogimachi di poter cambiare il nome in Tokugawa Ieyasu e la richiesta venne accolta. E' chiaro che Ieyasu voleva avvalorare l'ipotesi che la sua famiglia avesse legami di parentela con quella dell'imperatore.
Sistemati gli Imagawa, che divennero vassalli dei Tokugawa, ecco arrivare i Takeda con i quali, dopo una breve alleanza, il ricorso alle armi divenne inevitabile. Quindi, nel 1571, i Takeda attaccarono e Takeda Shingen vinse la battaglia di Mikatagahara. Fortunatamente per Ieyasu, Shingen morì l'anno successivo e venne sostituito dal figlio Katsuyori che però non si rivelò all'altezza del padre.
Il 28 Giugno 1575 gli eserciti alleati dei Tokugawa e degli Oda, inflissero una devastante sconfitta ai Takeda.
Quattro anni più tardi la moglie e il figlio di Ieyasu vennero accusati di aver complottato contro Nobunaga, in combutta con Katsuyori; la moglie venne decapitata e il figlio costretto al seppuku, il suicidio rituale.
Eliminati definitivamente i Takeda con un'altra vittoria nel 1582, aiutò il clan Oda nel loro tentativo di riunificare l'intero Giappone.
Alla fine di quell'anno, un colpo di scena; Obu Nobunaga venne assassinato da Mitsuhide Akechi. Ieyasu, temendo di fare la stessa fine, si ritirò nel Mikawa non rinunciando però a conquistare parte del territorio degli Oda.
E' a questo punto che fa la sua comparsa un altro fondamentale personaggio della storia del Giappone: Toyotomi Hideyoshi.

Siamo nel 1583 e a contendersi il dominio sull'intero paese, erano rimasti Toyotomi Hideyoshi e Shibata Katsuie con Ieyasu Tokugawa che, inizialmente, mantenne una posizione neutrale.
Nella battaglia di Shizugatake Shibata venne sconfitto e Toyotomi rimase così il padrone incontrastato del Giappone ormai riunificato sotto il suo controllo.
I Tokugawa quindi si allearono con gli Oda nella speranza di provocare in battaglia i potenti Toyotomi, ma gli Oda presto cambiarono campo e finirono sotto l'egemonia del clan dei Toyotomi.
Nel 1585 Ieyasu e Hideyoshi stabilirono una tregua e, cinque anni più tardi, ritroviamo i due attaccare il clan degli Hojo che vennero sconfitti e annessi alle terre dei Toyotomi.
A seguito dell'alleanza tra i Tokugawa e i Toyotomi, avvenne uno scambio di territori Ieyasu cedette le provincie di Mikawa, Totomi, Suruga, Shinano e Kai. Come conseguenza Ieyasu spostò la sua base operativa e si insediò nel castello di Edo.

Due anni più tardi Hideyoshi si imbarcò in una spedizione in terra straniera e precisamente invase la Corea; il suo scopo finale era quello di attaccare la Cina e l'India.
L'avventura non ebbe molto successo; nonostante i giapponesi fossero riusciti a conquistare la capitale; la continua guerriglia fiaccò la resistenza dei nipponici.
Nel 1593 Hideyoshi Toyotomi nominò Ieyasu, insieme ad altri cinque, reggente del figlio e tutti e sei avrebbero regnato in nome di Hideyori Toyotomi nel caso di morte prematura del padre. Morte prematura che in effetti arrivò cinque anni più tardi, nel 1598.
Presto tra i reggenti si crearono due schieramenti: gli anti-Toyotomi, guidati dai Tokugawa, e i fedeli a Hideyori. rappresentati da Ishida Mitsunari. Per i primi anni il conflitto tra questi due gruppi, con i loro rispettivi alleati, ebbe un andamento alterno.
Ed è proprio nell'ambito di questa guerra che si colloca la grande battaglia di Sekigahara che vide combattere ben 160.000 uomini.
La vittoria dello scontro arrise a Ieyasu Tokugawa che, insieme ai clan alleati, distrusse i clan degli Ishida.
Come conseguenza della battaglia Hideyori Toyotomi, dopo essere stato sconfitto, si ritirò con la famiglia nel castello di Osaka mentre Ieyasu Tokugawa poteva ormai fregiarsi del titolo di padrone assoluto del Giappone: era l'anno 1600 d.C. 

Stemma dei Tokugawa Nel 1603 l'imperatore Go-Yozei gli concesse il titolo di shogun e Ieyasu inaugurò una dinastia che avrebbe detenuto lo shogunato per oltre 250 anni.
Dopo solo due anni Ieyasu, a sorpresa, si ritirò lasciando la carica a suo figlio Hideta. La dimissione dalla carica di shogun era comunque solo apparente in quanto Ieyasu continuò a governare, come si dice, da dietro le quinte.
Da adesso fino alla sua morte, nel 1616, Tokugawa _Ieyasu continuò quindi ad esercitare il potere nonostante la carica di shogun fosse ricoperta dal figlio Hideta.
Due sono i fatti principali di questo periodo; la persecuzione e l'espulsione dei cristiani dal Giappone, a favore del confucianesimo, e, in campo militare, l'assedio di Osaka in cui sconfisse le ultime resistenze del clan Toyotomi che si era arroccato nel castello della città .
Per gli stranieri, avere delle basi commerciali in Giappone era sempre più difficile e anche divenne problematico per gli stessi giapponesi uscire dal paese. I cristiani, per sfuggire alle persecuzioni, dovettero emigrare verso altri paesi come, per esempio, le Filippine.
In breve, sotto il periodo Tokugawa, ci fu una chiusura del Giappone verso il mondo esterno che sarebbe terminato solo nel XIX secolo quando le pressioni esterne, per aprire il Giappone al commercio internazionale, divennero troppo forti per potervi resistere.
Dal punto di vista militare, invece, dopo la battaglia di Osaka in cui Ieyasu e il figlio sconfissero Toyotomi Hideyori, si aprì per il Giappone un lungo periodo di pace che sarebbe anch'esso terminato nel XIX secolo.
Quindi con Ieyasu si aprì un periodo di pace, ma anche di isolamento commerciale e culturale. Il centro politico venne spostato ad Edo, l'odierna Tokyo, e venne operato uno stretto controllo sui daimyo e i samurai, la casta dei guerrieri, non essendoci più guerre, si dedicarono ad attività meno bellicose come la filosofia, letteratura e arte.
Nel 1616 Tokugawa Ieyasu, a seguito di una malattia, morì all'età i 73 anni.
Lasciò il paese saldamente nelle mani del suo clan che, come visto, detenne lo shogunato fino al 1867 quando il potere venne restituito alla figura dell'imperatore per quello che è passato alla storia come la "restaurazione Meiji".

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